6. Caro il mio Francesco

Verso la fine del 2008 Ligabue ha passato un difficile momento personale; in quei giorni duri sono, evidentemente, venuti a galla pensieri e riflessioni ad ampio raggio, anche su argomenti che non riguardavano direttamente il motivo di quella sofferenza personale.
Ecco dunque Luciano affrontare il “mostro” della sua insofferenza verso l’ipocrisia di una parte dell’ambiente musicale: lo fa scrivendo, durante una notte insonne, una canzone sotto forma di lettera inviata a Francesco Guccini.

“sarà che anche qui
le quattro del mattino
sarà che anche qui l’angoscia
e un po’ di vino
sarà che non ci posso fare niente
se ora mi viene su il veleno”

Non si lamenta del successo, ma piuttosto di come, in nome di quello, “valga tutto”.

“e allora avanti un altro
con quello che guadagni stai muto
avanti pure un altro
con quello che guadagni sorridi nella foto”

Qui la produzione di Rustici è sospesa e discreta per lasciare in primo piano il testo, piuttosto “duro” ed evidentemente allineato all’emotività dello sfogo di Luciano, con temi quali

La solitudine:

“caro il mio Francesco questa lettera ti arriva
in un paese piccolo lì sugli Appennini
ho capito forse come mai ci vivi
che tanto ci si sente soli”

I tradimenti subiti:

“parlavano di stile, di impegno e di valori
ma non appena hai smesso di essere utile per loro
eran già lontani,
la lingua avvicinata a un altro culo”

Le polemiche create da altri:

“e io che il mio disprezzo me lo tengo dentro
che il letamaio è colmo già pubblicamente”

La superficialità di certi giudizi:

“non c’è peggiore sordo di chi non vuol sentire
tu pensa a chi non sente e poi ne vuol parlare”

Ma dopo lo sfogo, nell’ultima strofa, Luciano stempera la sua amarezza:

“Caro il mio Francesco è il momento dei saluti
ci avremmo riso sopra se ne avessimo parlato
lo so che non ha senso starsi a lamentare
di alcune conseguenze del mestiere”

e ancora:

“So che mi son fatto prendere la mano
perché uno sfogo fa sbagliare spesso la misura
ma come ti dicevo son le quattro del mattino
l’angoscia e un po’ di vino”

Per poi chiudere con quello che per lui sembra contare veramente:

“e allora vado avanti a cantare della vita
sempre e solamente per come io la vedo”

L’ultimo ritornello chiude, musicalmente e liricamente, con una sensazione di fiducia una canzone in cui Luciano si espone con una sincerità “ruvida” ma evidentemente necessaria.

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